Recensione | In concorso nella sezione Prospettive Italia del Festival del Cinema di Roma, Bartolomeo Pampaloni racconta la poesia, la paranoia e il cinismo dei senzatetto della principale stazione ferroviaria romana
— di Angelo Santini
Alla sua opera prima, in concorso nella sezione Prospettive Italia del Festival Internazionale del Film di Roma, il regista Bartolomeo Pampaloni documenta la vita e i rituali degli “abitanti” di Termini. Roma Termini è la stazione centrale di Roma, la principale stazione d’Italia e la seconda d’Europa. Chi la popola sono anime senza tetto e senza gloria alla ricerca disperata di redenzione. I viaggiatori sono delle ombre che si sovrappongono in dissolvenza, in questo luogo di passaggio dove delle vite lontane anni luce si incontrano per un attimo.
Pampaloni racconta la stazione con le persone che non la vivono semplicemente come un luogo di passaggio, ma come una casa. Dietro il frenetico viavai di arrivi e partenze si nasconde infatti un’umanità complessa, più o meno discreta; lo sporco sotto il tappeto della quotidianità urbana, di cui il regista rivela la poesia, la paranoia e il cinismo.
È quasi Natale, intoccabile rituale borghese di religione e consumismo. Stefano, ex infermiere omosessuale, legge le lettere attaccate dai passanti all’imponente albero agghindato all’uscita di Piazza dei Cinquecento. Per lui e gli altri senzatetto che sia Natale, Pasqua o il primo Maggio cambia assai poco. Loro sono sempre lì, circondati da un nevrotico dinamismo, ma in un perenne stato di immobilità, aspettando una svolta che probabilmente non arriverà mai. La gigantografia di una modella di biancheria intima è innalzata al centro della stazione come un totem; oltre a fornire un patinato modello estetico che regola la vita dell’individuo, sembra rappresentare, allo stesso tempo, il contenuto simbolico del sacro in una società a solidarietà organica e biodegradabile dominata dall’individualismo più sfrenato.
Al suo cospetto Stefano ci ricorda il felliniano dottor Antonio (Peppino De Filippo) di Boccaccio ’70. Dopodiché ci si sposta in un parco, dove Stefano aspetta che una scolaresca si allontani per potersi iniettare la sua abituale dose di metadone. Osservandoli da lontano, prova cinicamente a individuare fra i bambini i futuri potenziali tossicodipendenti. Oltre a Stefano però, che la vita da senzatetto la conduce solo da pochi mesi, c’è anche chi nel baratro ci sguazza da anni, come Antonio, ripudiato dalla famiglia, o chi ci si sta appena affacciando, come Gianluca, ladruncolo part time che sta perdendo casa.
Pampaloni si mette al servizio dei suoi protagonisti e della loro complessità; crea con essi un legame umano, senza affannarsi in chiassosi proclami di denuncia civile o stucchevoli istanze terzomondiste. Anche questa volta la praticità del digitale ha permesso al regista di confondersi tra la folla e filmare la stazione per quattro mesi senza nessuna autorizzazione da parte di Ferrovie dello Stato.
Le inquadrature brute e sgranate che ne vengono fuori riflettono coerentemente le condizioni sporche e precarie di quel sottosuolo umano descritto nel film. I quattro mesi di riprese a Roma sono stati seguiti da quasi un anno di post-produzione in Francia, in cui si è fatto ordine alla mole di materiale raccolto. Il film, come ricorda lo stesso Pampaloni, è stato praticamente scritto al montaggio.
Con abile piglio documentarista l’autore coglie gli elementi più stimolanti di un mondo capovolto ed estraniato, talvolta inquietante, come il rapporto degradante tra Stefano e il suo amante possessivo, talvolta comico, senza però mai sfociare nel bieco bozzettismo con cui questi personaggi vengono spesso raccontati.
È questa la grande bellezza che il regista decide di rappresentare.
La bellezza che sta nello sguardo di uno sconfitto.
La bellezza della sporcizia.
La bellezza del baratro dietro la debole facciata di uno sfavillante shopping center.